Elezioni UK:Con il voto si Decidono anche le sorti della Premier League

Britannici al voto ad un anno dal famoso referendum. Conservatori in netto vantaggio ma una vittoria del Tories potrebbe cambiare le sorti della Premier League.

Oddschecker
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mercoledì, 31 maggio, alle 13:55

 

Con l’uscita definitiva della Gran Bretagna dall’Unione Europea (la Brexit), decisa da un referendum popolare del 2016, e con l’approssimarsi della sfida tra Conservatori e Laburisti alle Elezioni generali d’Oltremanica del prossimo 8 giugno, ci si interroga su quali possano essere le conseguenze nel caso si scelga una Hard Brexit o Soft Brexit. Stando alle posizioni dei due partiti maggioritari - il Partito Conservatore guidato dal Primo Ministro  Theresa May e il Partito Laburista di Jeremy Corbyn - è facile concludere che una vittoria di quest’ultimo si tradurrebbe in una Brexit meno dolorosa. Mentre una Hard Brexit, o una Clean Brexit (ovvero senza mezze misure, come ribattezzata dalla stessa leader dei Tories May), porterà il Regno Unito all’abbandono del mercato unico europeo (libera circolazione delle merci, servizi, capitali e persone) per riottenere, in teoria, il pieno controllo sull'immigrazione e sulla capacità di firmare accordi commerciali indipendenti.

 

GLI EFFETTI DELLA BREXIT SUL CALCIO INGLESE - Ovviamente una Hard o Clean Brexit e l'incertezza di come il Regno Unito dovrà rinegoziare gli accordi commerciali influirà anche sul mercato del calcio. L'impatto più significativo della Brexit sulla Premier League potrebbe riguardare il calciomercato, visto che una svalutazione ulteriore della sterlina potrebbe favorire le cessioni all’estero dei giocatori di Premier e, viceversa, complicare la campagna acquisti dei club inglesi. E ancora, i club inglesi non avranno più la possibilità di tesserare giovani calciatori provenienti dal continente - come in passato Cesc Fabregas, Paul Pogba - se i cittadini dell’Unione Europea verranno “parificati” ai lavoratori extracomunitari.

 

Ci vorranno, comunque, almeno due anni (2019) perché gli effetti della Brexit influiscano sulla Premier League, e più in generale sui negoziati fra il Regno Unito e l'Unione Europea.

Oggi la Premier League è diventata l’Eldorado degli investitori stranieri, con 14 club del massimo campionato inglese di proprietà totale o sostanziale di imprenditori esteri. Una svalutazione ulteriore della sterlina inglese dovuta proprio all’uscita del Regno Unito dall’Europa potrebbe rendere meno appetibile questo scenario sia per gli investitori stranieri che per la stessa Lega e i management dei club.

 

Circa il 70% dei calciatori della Premier sono stranieri (in Serie A la percentuale dei “non italiani” scende al 55%). Il Chelsea campione in carica vanta ben 16 giocatori “stranieri” in rosa (quasi l’80%). Ma la squadra con più calciatori non provenienti dal Regno Unito è il Manchester City (21 giocatori “stranieri” pari all’84% del totale della rosa). Tra i top team, contiamo 20 stranieri all’Arsenal, 17 al Liverpool, 16 al Tottenham e 15 allo United.

I proprietari dei club di Premier League hanno sollecitato il Governo britannico a trovare provvedimenti a difesa del massimo campionato calcistico inglese che potrebbe risentire degli effetti più duri dell’uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea.

Proprio il Chelsea potrebbe essere il team più penalizzato da una Hard Brexit. Il 76% dei gol realizzati quest’anno dai Blues di Antonio Conte, infatti, sono stati messi a segno da giocatori di nazionalità europea. Nella speciale classifica, dopo il Chelsea troviamo il Middlesbrough (74%), il Manchester United (71%) e il City (62%).

Incrociando il voto sulla Brexit e le rispettive aree geografiche delle squadre di Premier League, è stato evidenziato che tutti i primi sette club della Lega risiedono in territori favorevoli al “remain” della Gran Bretagna in Europa, mentre tutti (tranne uno) delle ultime sette squadre del campionato risiedono in aree che hanno votato a favore dell’uscita dall’Europa.

 

Con una ferrea imposizione della Hard Brexit, decine di top player europei che giocano nella Premier League - tra cui Juan Mata e Ander Herrera del Manchester United - non sarebbero attualmente “qualificati” per i permessi di lavoro nel Regno Unito in virtù delle regole post Brexit che potrebbero disciplinare i visti per i giocatori stranieri extracomunitari. Anche se, c’è da dire, i cosiddetti “lavoratori altamente qualificati” (in questa categoria anche le stelle europee della Premier) potrebbero essere del tutto esenti dai controlli sull'immigrazione post Brexit, così come invocato dalla maggior parte dei proprietari delle squadre di Premier.

Curiosità: tra le prime dieci classificate nel campionato di Premier League appena concluso, solo le formazioni del Bournemouth e del West Brom (rispettivamente nona e decima) hanno un allenatore originario del Regno Unito. Occorre andare indietro sino al 2013 per trovare un allenatore del Regno Unito campione in Premier (Sir Alex Ferguson con il Manchester United): negli ultimi anni, infatti, solo l’allenatore scozzese ha spezzato lo strapotere dei manager “non britannici” in Premier, quasi sempre vincenti negli ultimi sette campionati (Conte e Ranieri negli ultimi due anni, Mourinho nel 2015, il cileno Pellegrini nel 2014, Mancini nel 2012 e Ancelotti nel 2010).

 

Arsène Wenger, il manager (francese) dell’Arsenal dal lontano 1996, si è subito detto “preoccupato” rispetto all’applicazione della Brexit sulla Premier League: “Oggi – ha detto – la Premier League è vista come il campionato più attrattivo sia sul piano tecnico che sul piano degli investimenti. Purtroppo questa immagine potrebbe ben presto svanire”. Il contraltare è però rappresentato da chi, tra gli addetti ai lavori dell’universo Premier, sostiene che la Brexit gioverà ai giovani prospetti inglesi che avranno più chance sul campo una volta determinati i controlli sui giocatori stranieri con l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa.

 

IL VOTO NEL REGNO UNITO - Tutto o quasi però dipenderà da cosa accadrà dopo le consultazioni elettorali del prossimo 8 giugno, data in cui i cittadini del Regno Unito saranno chiamati a votare i parlamentari nei 650 singoli collegi elettorali britannici. Ogni collegio eleggerà un singolo parlamentare. La vittoria alle elezioni generali andrà al partito che avrà ottenuto alla fine dello scrutinio il maggior numero di parlamentari eletti (e dunque seggi) alla Camera dei Comuni (House of Commons).

 

Gli ultimi report di Oddschecker UK, portale web leader nella comparazione delle quote, vedono il Partito Conservatore come il chiaro favorito per la vittoria finale (a 1/20 che, tradotto nelle “quote italiane” prese dal nostro portale Oddschecker.it, diventa 1,07). I laburisti sono ancora molto indietro rispetto ai Tories anche se il partito di Jeremy Corbyn ha di recente avuto una impennata di consensi nei sondaggi di opinione dopo il lancio del suo programma. Il divario tra le due formazioni è ancora ampio anche se la vittoria finale dei laburisti è quotata oggi a 10/1 (ovvero a 11,0) rispetto a 30/1 dello scorso 8 maggio.

 

Quasi il 60% delle puntate (piazzate sul nostro portale Inglese) è stato indirizzato sinora sulla vittoria dei laburisti (anche se la scommessa più grande piazzata è stata di 1250 sterline quando la quota era 16/1) mentre un anonimo scommettitore di Londra ha piazzato in più riprese 350mila sterline (circa 407mila euro) sulla vittoria del partito guidato dalla May, suddividendo le giocate in una prima tranche di 240mila sterline nel primo weekend di maggio e le restanti 110mila dopo l’annuncio del programma della May, utilizzando il portale di Oddschecker per trovare le probabilità di tutte le migliori agenzie scommesse inglesi. Dovessero, come nelle previsioni, i Conservatori ottenere il maggior numero di seggi e quindi vincere le consultazioni elettorali del prossimo 8 giugno, allo scommettitore londinese andrebbero circa 365mila sterline, per un guadagno netto di circa 15mila sterline ovvero 17mila euro.

 

Infine, per Oddschecker, più che la vittoria finale dei Laburisti è addirittura più probabile (13/2 ovvero a 7,5) la possibilità di avere dopo l’8 giugno un “Parlamento appeso, ovvero quella particolare situazione che si verifica nel caso in cui nessuno dei due partiti avrà la maggioranza assoluta dei seggi (come già successo nel 2010 ai Conservatori di Cameron).

 

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